Restauro conservativo
Consiste nel riparare e proteggere il manufatto dal degrado. Non si tratta, quindi, di integrare le nuove essenze nella struttura, ma dovrà essere visibile il lavoro svolto. Solitamente questo tipo di restauro è richiesto dalla Sovrintendenza alle Belle Arti e dai musei.
Restauro antiquariale o estetico
Questo tipo di restauro tiene presente la struttura originale del mobile cercando di riportarlo all’antico splendore. E’ sostanzialmente il più richiesto dai privati per i propri mobili ed è quello che solitamente intendiamo noi quando genericamente parliamo di restauro.
Restauro commerciale
In pratica un non restauro. Consiste nell’agire velocemente e drasticamente su un mobile per poterlo presentare all’acquirente. Ma in questo modo si saltano le operazioni accurate e lunghe di un buon restauro, per cui di norma si finisce per danneggiare il mobile stesso fino a diminuirne, se non annullarne in taluni casi, il suo valore antiquariale e la sua autenticità.
Riparazioni del legno
La sostituzione di parti mancanti o rovinate come l’incollaggio sono lavori di falegnameria. Quindi, se saremo in possesso dell’attrezzatura necessaria come seghe (sia a mano che elettriche), raspe, scalpelli, morsetti, ecc. potremo eseguire questi lavori, altrimenti bisognerà appoggiarsi ad una falegnameria o a qualcuno in grado di lavorare il legno.
Tra le altre operazioni possiamo annoverare quelle proprie del restauratore a cui necessitano spugnette, spazzole, spatole flessibili, pagliette di ferro di varie gradazioni, ovatta, nastro adesivo, è di estrema importanza la carta vetrata, anche quella nera in fogli quadrati estremamente fine per i ritocchi finali. Servono poi dei pennelli, sia larghi e piatti per lavori grossi che fini, tipo quelli da acquerello, per lavori di precisione. Inoltre non devono mancare degli stracci puliti o strofinacci. Sono necessari anche stracci di lana non usare prodotti acrilici. Andate alla pagina relativa
Dobbiamo valutare i seguenti aspetti:
- Attribuzione dello stile a cui esso appartiene.
- Individuazione della specie legnosa (vedi anche essenze).
- Valutazione delle condizioni della struttura e del tipo di interventi da fare.
- Consolidamento, se necessario (con consolidanti sintetici).
- Pulitura e sverniciatura (adatta alle condizioni in cui si trova il mobile).
- Rimontaggio completo (a partire dall’ossatura fino ai decori più piccoli).
- Disinfestazione, se necessario (tramite appositi trattamenti).
- Tassellatura e stuccatura.
- Coloritura e ritocchi cromatici.
- Rifinitura e lucidatura.
- Qualora il mobile lo permetta si può passare alla sua decorazione.
STILE
Saper riconoscere lo stile di un mobile ci aiuta a valutare la sua funzione e le sue modalità di costruzione.
I primi esemplari di mobili furono elaborati nel periodo tra il 1200 ed il 1460 ed il loro stile prese il nome di Gotico.
I materiali più usati erano i legni duri come la quercia ed il rovere, le assi erano molto grosse e larghe e venivano sgrossate a colpi di ascia. I vari pezzi venivano assemblati con incastri a scomparsa (tenoni e mortase) e grossi chiodi.
Molti mobili furono ampiamente decorati, ma la maggior parte degli esemplari di questo stile sono andati distrutti ed è molto raro oggi trovarne dei pezzi.
Una maggiore presenza del mobile nelle abitazioni si ebbe nel Rinascimento. Allora si iniziarono a costruire palazzi con stanze ad uso specifico che richiedevano un arredamento adatto al tipo di ambiente. Questi mobili, costruiti in legno massello, furono assemblati con incastri a coda di rondine e chiodi in ferro battuto. Veniva usato prevalentemente il legno di noce, ma anche altre essenze meno pregiate come l’abete, il castagno erano utilizzate per lo più per le parti meno in vista. Inoltre c’era un largo uso dell’intaglio: si rappresentavano singole figure, soggetti sacri, leoni, stemmi.
Dal seicento al settecento il mobile cominciò ad assumere un aspetto più sofisticato. Gli intagli erano sempre presenti, ma gli incastri venivano realizzati con maggiore cura e furono utilizzati anche dei collanti. Inoltre cominciava a diffondersi l’utilizzo della gommalacca come elemento per lucidare.
Nel settecento in particolare, abbondavano le finiture, i decori. Per gli intarsi veniva usato il “bois de rose”, il palissandro.
L’ottocento fu attraversato da numerosi stili quali il Direttorio, l’Impero, la Restaurazione. Il mobilio francese fu molto decorato e le finiture laccate ornavano la maggior parte della produzione del momento. L’impiallacciatura diventava sempre più sottile.
In questo periodo si impose in Austria lo stile Biedermeier e la produzione di Michael Thonet era in piena attività.
Verso la fine dell’ottocento, si venne a stabilire un rifiuto dei vari stili storici passati, dei moduli tradizionali e alcuni artisti dettero vita ad uno stile moderno che prese il nome di Liberty.
In Francia questa espressione artistica prese l’appellativo di Art Nouveau, mentre in Germania si chiamò Jugendstil.
In questi mobili i fasci di linee diventano nervature, gli intarsi rappresentano motivi floreali, animali, le forme sono morbide e sinuose e si studiano perfino tecniche di stratificazione dei legni per ottenere materiali più robusti alle deformazioni, alle fessurazioni e più plastici.
La Grande Guerra rallentò le attività e la ricerca artistica e la successiva ripresa economica si poté esprimere con l’Art Deco, molto più razionale e “moderna”.
CONSOLIDAMENTO
è quell’operazione, solitamente eseguita per impregnazione, atta a riconferire al materiale da trattare la coesione (a livello microscopico) perduta in seguito a fenomeni di degrado o per invecchiamento.
Per le strutture lignee il fattore più frequente di degrado è rappresentato dall’azione degli insetti xilofagi (i tarli tanto per capirci…), a volte così massiccio da distruggere intere parti per sbriciolamento.
Fino alla fine dell’ottocento si usava come consolidante ligneo un impasto di segatura e colla, colla e pasta di legno, poi si è usata anche la cera, ma questa presentava delle controindicazioni come l’alterazione del colore originale dell’opera per invecchiamento.
Oggi come consolidanti si usano dei prodotti sintetici che devono essere molto fluidi per penetrare meglio nelle fibre del legno. Devono essere inoltre compatibili, in pratica non vi devono essere reazioni sgradevoli nell’opera da restaurare dopo l’applicazione di questi prodotti, e devono essere anche antimicotici e antifungini o perlomeno devono evitare il proliferare di batteri. Devono anche essere non tossici e non alterabili cromaticamente.
Ci sono consolidanti a freddo, ossia usati con solventi e a caldo, se capaci di sciogliersi, normalmente non a temperature elevate, e di aderire alla materia con il calore.
Noi difficilmente avremo a che fare con manufatti così disastrati da richiedere un consolidamento come sopra riportato. Inoltre, qualora ci trovassimo tra le mani un oggetto prezioso da consolidare sarebbe meglio che lo portassimo da un restauratore professionista.
Può invece capitarci, come è successo ad una persona di mia conoscenza, di restaurare una vecchia credenza contadina utilizzata addirittura come gabbia per conigli!
Il problema principale, a parte il piano dove stavano gli animali, totalmente graffiato e mangiato, era dato da un’azione massiccia di tarli i quali avevano indebolito di molto tutta la struttura. Dopo un ovvio lavaggio con soda caustica il passaggio seguente fu quello di impregnare le varie tavole con una buona dose di liquido antitarlo, poi di raddrizzare alcune tavole incurvate e di stuccare l’enorme quantità di fori degli insetti.
In quel caso sarebbe stata una buona cosa utilizzare un prodotto consolidante, ma le varie stuccature, i vari passaggi di antitarlo e di ulteriori impregnanti, nonché le numerose ricostruzioni di parti mancanti e le relative applicazioni con colla avevano comunque rinvigorito l’intera struttura.
I passaggi successivi ve li risparmio anche perché non in tema con l’argomento che stiamo trattando.
Detto questo non disperate se un grazioso oggetto vi si sbriciola tra le mani, con la giusta cura gli potrete ridare quella forza e quella robustezza che aveva quando fu realizzato.
PULITURA
Una delle prime fasi da seguire quando si restaura un mobile, ed una delle più importanti, è la sua pulitura.
Dobbiamo però capire bene cosa si intende per pulitura.
La parola stessa indica pulizia, eliminazione dello sporco che si accumula col tempo, eliminazione di tutte le particelle intrusive che la superficie del legno ha raccolto durante la sua vita. Noi quando ci laviamo usiamo solitamente acqua e sapone (neutro, forte, profumato, ecc.), non usiamo certamente un coltello o della carta abrasiva per eliminare tracce di sporco!
Solitamente quando acquistiamo un vecchio mobile oppure lo recuperiamo da una soffitta o da qualche altra parte questo necessita di un corposo “maquillage”. Se questo ha la struttura intatta e non richiede riparazioni, così come la sua colorazione risulta perfetta e non vi è necessità di metterci mano, è sufficiente una pulizia leggera anche a base di acqua e sapone di Marsiglia, per esempio.
Per una pulizia più approfondita, invece, sempre senza intaccare l’aspetto generale del mobile, è possibile usare delle miscele a base di alcool e polvere di pomice: in un litro di alcool etilico si aggiungono 200 g di polvere di pomice e qualche goccia di olio di lino. Si strofina delicatamente a tampone e ciò serve per togliere sostanzialmente lo sporco accumulatosi nel tempo.
Così, se vi sono tracce di vecchia cera queste sono eliminabili con una soluzione di essenza di trementina e polvere di pomice.
Qualora il mobile necessiti di una pulizia più drastica, ma sempre conservando la sua patina, bisogna optare per l’uso degli sverniciatori. Sostanzialmente questo è il passaggio dalla pulitura alla sverniciatura.
GLI SVERNICIATORI
hanno il vantaggio (quelli buoni…) di eliminare ogni traccia di sporco e di vecchie applicazioni date sulla superficie del mobile. Inoltre rispettano la patina, cosa molto importante! La loro applicazione è semplice, ma consiglio veramente (anche per esperienza…) di eliminare il gel sverniciante con l’ausilio di piccoli trucioli di legno o con della grossa segatura (in questo modo ho sverniciato le sedie in stile Thonet e devo dire che il risultato è eccellente). La segatura assorbe e abrade leggermente la superficie del legno lasciandolo perfettamente pulito ed asciutto. In seguito si può usare un pennello per eliminare residui di segatura dalle parti più nascoste e se si vuole si può “rinfrescare” il mobile con un panno imbevuto di alcool. A volte può essere necessario ricorrere a qualche raschietto, ma il loro uso deve essere molto limitato ed attento in quanto questi utensili eliminano anche frammenti di legno ed in certi casi è una soluzione che va evitata.
LA SVERNICIATURA
è quel procedimento che permette di eliminare da un mobile i vari strati di vernice applicati durante la sua vita fino al legno nudo.
E’ possibile trovare una sola mano di vernice così come diverse mani in grado di coprire anche i più vistosi difetti del legno.
Questa operazione è da sconsigliare per quei mobili antichi e di pregio a cui il tempo ha dato loro quella inconfondibile patina così importante da salvaguardarla. In questo caso ci si dovrà limitare ad una pulizia superficiale del mobile con prodotti non così potenti come gli sverniciatori, ma efficaci al punto di rimuovere soltanto lo sporco accumulatosi.
La sverniciatura può essere eseguita o con gli sverniciatori oppure con la soda caustica.
-Sverniciatura con sverniciatore
Lo sverniciatore è un prodotto che si acquista nelle mesticherie e nei colorifici che “scioglie” la vernice. Vi sono diverse marche di sverniciatori, alcuni migliori di altri, sarà poi l’esperienza ad indicare il prodotto che fa al caso nostro. Fate attenzione quando aprite il barattolo perché è sotto pressione e potrebbe schizzarvi addosso un po’ di prodotto sverniciante!
A questo punto sarà bene procurarsi dei guanti ed un paio di occhiali protettivi nonché una mascherina adatta. Poi saranno necessari pennelli, pagliette d’acciaio, spatoline metalliche.
Ponete l’oggetto da trattare in una posizione comoda e possibilmente orizzontale, intingete il pennello nel barattolo e cospargete il mobile di prodotto, non siate avari, siate generosi, ma senza esagerare.
Lentamente vedrete la vernice sollevarsi, vedrete formarsi come delle bolle, vuol dire che lo sverniciatore sta facendo effetto. Vi renderete conto voi stessi quando il prodotto avrà finito di agire ed allora potrete iniziare ad usare la piccola spatola per quei punti in cui la vernice si è staccata in maniera molto grossolana, la paglietta altrove. Potete usare anche delle manciate di trucioli, li potete trovare in qualsiasi segheria. Li cospargete sulla superficie trattata e cominciate a strofinare tutto il piano, i trucioli toglieranno via gran parte dello sverniciatore e davanti a voi avrete una superficie pulita C’è da dire che spesso non basta una mano di prodotto sverniciante, in quanto alcuni smalti sono molto resistenti, per cui dovrete passarne altre fino a quando avrete un piano perfettamente pulito.
Quando siete a buon punto con la paglietta fine passate lungo tutti i punti difficili, le scanalature, gli angoli e poi lasciate riposare il mobile per una notte. Riprenderete il lavoro il giorno successivo.
-Sverniciatura con soda caustica
Bene, questo procedimento è da usare nei casi in cui abbiate davanti a voi un mobile di scarso valore e ridotto male, con diverse mani di vernice e magari recuperato da un pollaio… Intendo dire che questa è un’operazione da preferire in casi piuttosto disperati.
Munitevi obbligatoriamente di guanti resistenti alla soda (li chiederete in mesticheria), di un paio di occhiali di protezione e di abiti vecchi. Il lavoro va effettuato all’aperto, in un giardino, nel vialetto del garage, dove vi sia anche dell’acqua corrente.
Prendete cinque litri d’acqua in un secchio e versate 1/2 kg di soda caustica (ricetta per una concentrazione media), questa si presenta sotto forma di perline o scaglie bianche. Versatela lentamente e mescolate con un bastone o qulcos’altro. Noterete che l’acqua diventa calda (se ci mettete dentro la mano col guanto…!), è la reazione della soda che si scioglie, poi prendete una spugnetta ruvida oppure una di quelle spazzole di plastica da bucato e cospargete abbondantemente il pezzo da pulire con l’acqua e soda. Man mano che passate noterete che il prodotto comincia a fare effetto e la vernice inizia a staccarsi. Lavorate come se steste lavando la vostra auto: immergete la spugna e lavate. Occhio agli schizzi! La soda brucia!
Dopo una bella lavata sciacquate ABBONDANTEMENTE con acqua corrente, per questo vi occorre un tubo a portata di mano, non siate avari, innaffiate dappertutto.
Se il risultato è buono, ma non soddisfacente, ricominciate nuovamente. Alla fine lavate nuovamente con acqua corrente, tanta acqua e poi fate asciugare all’aria, ma non al sole.
Importante: lavare bene. Un cattivo lavaggio può portare la fuoriuscita di sali di soda quando il mobile si asciuga e questi sono difficili da togliere, poi immagino che non volete un mobile perlinato di bianco!
A questo punto, dopo aver tolto ogni traccia di soda caustica ed aver fatto asciugare il mobile per almeno un giorno potete procedere alle fasi successive di carteggiatura, stuccatura, ecc.
Nota importante: poiché i prodotti chimici come gli sverniciatori sono pericolosi ho pensato di elencare la lista dei codici universalmente riconosciuti che identificano i rischi nonché i consigli di prudenza dei vari agenti chimici. Tali codici si ritrovano solitamente sui barattoli relativi ai prodotti.
SMONTAGGIO E RIMONTAGGIO
In alcuni casi, quando si è in procinto di restaurare un mobile in genere, conviene prima smontarlo nelle sue varie parti (badando bene a segnare i vari pezzi in modo da non perdersi poi in difficoltosi rompicapi per il montaggio) in modo da agire in maniera completa e totale su ciascun pezzo.
I mobili incollati con colla animale o da falegname permettono la scollatura, si dice quindi che l’incollatura con questo tipo di colla è reversibile perché è possibile in un momento successivo distaccare i pezzi incollati. Quelli, invece, su cui è stata applicata della colla vinilica richiedono di essere trattati così come sono in quanto la loro scollatura è quanto mai rischiosa e difficoltosa.
Qualora comunque si abbia la possibilità di smembrare in qualche modo il mobile per restaurarlo è sempre bene farlo. I vari pezzi, ordinati, potranno essere puliti o sverniciati con maggiore facilità ed il lavoro risulterà comunque più globale perché sarà possibile agire anche su quelle parti che normalmente sono nascoste, garantendo in questo modo un ripristino più completo.
Lo smontaggio del mobile permette anche un rimontaggio sicuramente più saldo di come era in precedenza. Infatti i vari tipi di unioni (a incastro, con viti o altro) tendono col tempo a diminuire la loro stabilità mettendo a rischio l’intera struttura del mobile. Dopo un’accurata pulizia e dopo aver verificato l’integrità dei singoli pezzi e delle parti che devono essere riassemblate si può procedere al rimontaggio di tutte le parti reincollando ove necessario con colla animale ove questa era presente.
Al termine dell’operazione l’intero mobile risulterà più stabile e solido e in seguito sarà possibile procedere alle altre operazioni di finitura.
Se per qualche motivo il pezzo da recuperare è in condizioni tali che un suo eventuale smontaggio non farebbe altro che peggiorare la sua situazione allora si deve solo lasciarlo stare e procedere, se è il caso, ad un suo consolidamento, così da irrobustirlo e garantirgli una vita più duratura.
STUCCATURA
Con la stuccatura è possibile procedere alla correzione dei piccoli difetti presenti sulla superficie del mobile dovute ad urti, imperfezioni di lavorazione, tarli, ecc.
Preparazione
Prendiamo una tavoletta di legno ben levigata e mescoliamo un po’ di gesso di Bologna, delle terre colorate e se ce l’avete un po’ di polvere di legno, poi aggiungiamo della colla (prendiamo in esame solo la colla vinilica) e un po’ d’acqua, amalgamiamo il tutto con una spatolina metallica fino ad ottenere un composto spalmabile.
Le terre colorate servono per far assumere allo stucco una colorazione la più vicina possibile a quella del mobile sul quale stiamo operando, sempre tenendo conto che lo stucco umido è più scuro di quello asciutto, normalmente si usano la terra d’ombra, la terra di Siena ed il giallo ocra.
Poiché lo stucco tende a seccarsi aggiungiamo ogni tanto un pochino d’acqua. Teniamo conto che un’alta percentuale di colla nell’impasto rende più resistente lo stucco, ma fa sì che la carteggiatura successiva risulti più difficoltosa.
Applicazione
Dopo aver realizzato il composto passiamo a spalmarlo nei punti in cui ce n’è bisogno, sui piccoli fori, nelle piccole crepe, premendo bene con la spatolina e passando più volte secondo direzioni diverse, in modo da assicurare una perfetta chiusura del foro. Si deve tener conto che lo stucco tende un po’ a ritirarsi quando secca per cui a volte potrà essere necessario passarne nuovamente.
Se dovete stuccare degli spigoli o delle parti vive realizzate uno stucco più denso con l’aggiunta di colla.
Per conservare lo stucco potete usare dei barattoli ermetici, con chiusura a tappo. Ed è sempre bene che ne avanzi un po’ perché spesso capita di accorgersi che alcuni punti del mobile non sono stati stuccati, allora realizzarlo nuovamente potrebbe essere laborioso più che altro per ritrovare la stessa colorazione che avevate realizzato precedentemente.
In genere lo stucco macchia un pochino per cui è bene che il legno sia un minimo trattato, magari con mordente e turapori, in modo da facilitare la sua successiva rimozione.
A questo punto, dopo aver fatto asciugare bene lo stucco per una notte passate alla sua carteggiatura in modo da lasciare solo la parte riempita.
VARI TIPI DI STUCCO
-Stucco alla cera: questo si può trovare in commercio in stick colorati, sono untuosi e duri. Col calore diventano malleabili ed applicabili, ma poiché non raggiungono il grado di durezza degli altri stucchi sono consigliabili per correggere difetti molto piccoli.
-Stucco alla gommalacca: si prepara mettendo delle scaglie di gommalacca in un pentolino che viene scaldato a bagnomaria, quando queste si sciolgono si aggiunge un po’ di pece greca che rende lo stucco più duro oppure della cera per renderlo più malleabile. Quando avremo ottenuto un impasto omogeneo lo versiamo su un piano di marmo bagnato e lo facciamo rotolare avanti e indietro per dargli una forma a bastocino. In poco tempo avremo un bastoncino rigido e cristallino utile per stuccare piccole imprecisioni anche in mobili di gran pregio, o mobili che verranno lucidati a gommalacca.
-Stucco alla gommalacca richiede la preparazione di un attrezzo in grado di far colare lo stucco sciolto: possiamo usare per esempio un vecchio cucchiaio e sagomarlo con delle pinze in modo che si realizzi un beccuccio per poter facilitare il versamento del liquido. A questo punto si rompe il bastoncino di stucco e se ne mette quanto basta sul cucchiaio che si riscalda su una fiamma in modo da sciogliere lo stucco (occhio a non bruciarsi!). Si riscalda anche una spatolina in ferro col manico di legno. Dopo si fa colare lo stucco nella fenditura o buco e con la spatolina calda si perfeziona l’operazione. In pochi minuti lo stucco si sarà già indurito ed i residui potranno essere eliminati carteggiando. Per ottenere un lavoro ancora più pulito si può proteggere tutta la zona adiacente alla fenditura con del nastro adesivo da carrozziere.
-Stucco alla segatura: per situazioni di emergenza. Prendete della segatura fine, magari quella che si raccoglie nei sacchetti degli utensili come levigatrici orbitali, mescolatela con della colla vinilica ed aggiungete poca acqua per una maggiore fluidità. L’impasto che otterrete potrà essere usato per chiudere piccoli fori o per perfezionare incastri mal eseguiti.
COLORAZIONE O MORDENZATURA
Innanzitutto è bene far presente che la colorazione si effettua solo quando è strettamente necessaria perché, in teoria, andrebbe sempre rispettato il colore originale del mobile, quello che ha assunto durante gli anni. Qualora in un restauro si rendesse necessario applicare delle parti nuove queste andrebbero ricercate con la stessa “patina” del mobile da trattare.
Se invece, si fosse in possesso di un mobile colorato ecco che si renderebbe necessario colorare le varie aggiunte, i pezzi nuovi, in modo da integrarli perfettamente col resto del mobile.
Coloranti vari e loro tecniche
-Aniline
Queste sostanze coloranti sono tossiche essendo dei derivati del petrolio, per cui vanno usate delle precauzioni quando si usano (mascherina, guanti, ecc.). Normalmente sono delle polveri finissime da diluire in alcool o in acqua e nitro. Ma vi sono anche prodotti già preparati che necessitano solo di una ulteriore diluizione perché possano raggiungere il colore desiderato.
Di solito si usano questi prodotti per ritoccare piccoli elementi e si usano a tampone, ma anche a pennello. I colori più frequenti sono il noce, noce antico, mogano, palissandro, poi il giallo ed il nero.
-Mordente noce
E’ costituito da piccoli grani cristallini da diluire in acqua calda. C’è chi consiglia una diluizione di 100 gr di mordente per litro di acqua, ma credo che questa concentrazione sia un po’ elevata. Ad ogni modo vanno fatte delle prove per rendersi conto degli effetti sul legno grezzo.
Questo si prepara semplicemente aggiungendo all’acqua calda la giusta dose di grani, poi si mescola e si lascia freddare. Per l’applicazione il suo utilizzo è vario: si passa da piccoli ritocchi alla colorazione di grandi superfici e di interi mobili. A questo proposito conviene usare uno strofinaccio di cotone o una spugna per stendere il mordente. In particolare lo si da’ con un pennello e subito dopo si spande bene il prodotto sulla superficie in modo da uniformare la colorazione. Frequenti sono i casi di parti verniciate più scure dovute ad un ristagno di liquido, così come le gocciolature lungo i bordi.
-Terre colorate
Queste sono presenti sotto forma di polveri e si usano per dare talvolta una colorazione di fondo al mobile. Si sciolgono in acqua (con difficoltà, ma si sciolgono) e poi si applicano con un tampone.
Le terre, solitamente terra di Siena, terra d’ombra, ocra gialla, possono anche essere usate per conferire una certa tonalità alla cera oppure alla gommalacca. Ma credo che l’uso più frequente sia quello di colorare gli stucchi. Infatti piccole concentrazioni di questi prodotti mescolate al gesso, alla colla e all’acqua sono in grado di dare allo stucco una colorazione la più vicina a quella del legno da trattare.
LACCATURA
Premetto che una laccatura perfetta o quasi, viene bene su un supporto che sia tipo mdf o qualcosa di simile, perché sul massello, nel tempo, si vedranno i segni del legno. Alcuni dicono di usare all’inizio un primer isolante catalizzato al 100%, ma di solito non lo usa nessuno di quelli che conosco, poi, se per esterno, ci sono vernici che si chiamano fondi finitura che si usano sia come prima mano che per seconda come finitura, se per interno, si usa un fondo specifico per laccare, poliuretanico sempre catalizzato, ce ne sono di diversi tipi via via sempre + coprenti, alcuni sono impressionanti, sembrano stucco liquido. Dopo il solito giorno di asciugatura si carteggia con carta fine, di solito si stuccano i difetti che vengono messi in risalto dal fondo, e poi sarebbe meglio dare una seconda mano di fondo che va anch’essa carteggiata quando è asciutta. A questo punto non resta che dare l’ultima mano di finitura e se non c’è polvere, o moschini che girano o pilucchi degli indumenti che si indossano, il risultato sarà ottimo. Il massimo della copertura e della durezza come fondo per laccare sarebbe la vernice al poliestere, perché ha un residuo secco elevatissimo, quindi quello che si vede bagnato è quasi tutto anche nel secco, solo che è un po’ laboriosa e pericolosa perché ha questi componenti che sono la resina, l’accelerante, il catalizzatore ed in fine l’acetone puro come diluente. Quando si vernicia in piano, è meglio mettere i pezzi ad asciugare su un cavalletto in cui nel ripiano superiore sia stato appoggiato un pannello al fine di proteggere meglio dalla polvere i pezzi sottostanti. Per evitare che il bianco nel tempo diventi giallastro, bisogna usare il catalizzatore.
LUCIDATURA
è un’operazione atta ad ottenere una superficie liscia, protetta e brillante. E ciò avviene utilizzando sia prodotti che creano uno strato sulla superficie del legno sia prodotti che abradono la superficie stessa in modo così da ottenere un velo omogeneo e riflettente. L’aspetto opaco normalmente è caratterizzato dalle microasperità della superficie del legno le quali disperdono la luce in tutte le direzioni.
E’ importante per ottenere una buona lucidatura utilizzare prodotti che levigano la superficie rendendola liscia e prodotti che creano uno strato di finitura lucida. Tra i primi si possono annoverare le carte vetrate, le pagliette d’acciaio i turapori, mentre tra i secondi le cere, gli oli, le resine naturali e sintetiche.
Effettuato il primo passo, quello della levigatura della superficie da trattare, va preso in esame il tipo di lucidatura che si rende necessaria. Potremo desiderare una finitura soffusa, oppure una lucidatura a gommalacca, o ancora una lucidatura con prodotti sintetici che può essere effettuata sia a pennello che a spruzzo. In alcuni casi potrebbe essere indicata anche la laccatura.
Non sempre possiamo utilizzare un tipo di finitura al posto di un altro in quanto dobbiamo prendere in considerazione l’oggetto che dobbiamo trattare. Se abbiamo davanti una credenza rustica, mal si addice una lucidatura a gommalacca, mentre potremo optare per quella a cera. Se possediamo un cassettone intarsiato del 700 non useremo certo una finitura a cera né tantomeno una sintetica, ma sceglieremo una lucidatura a tampone con gommalacca. Se dovremo finire il tavolo di cucina potremo non optare per la cera, poco resistente, ma per l’utilizzo di un prodotto sintetico.
Quindi la lucidatura di un mobile è un’operazione che va fatta in modo consapevole, tenendo conto del manufatto che stiamo trattando, del suo valore e del suo uso. Inoltre, consideriamo che l’operazione di lucidatura è l’ultima della serie e come tale deve conferire al mobile quella bellezza e quello splendore che altrimenti non potrebbe avere.
E’ l’ultima delle operazioni di restauro del mobile, e viene eseguita dopo aver effettuato tutte le fasi precedenti. Ora dovremmo avere davanti a noi il mobile reintegrato in tutte le su parti, armonizzato nel colore nelle parti nuove che dovranno essere ben levigate.
A questo punto procederemo ad realizzare il tipo di lucidatura scelto in conformità al tipo di mobili che ci troviamo davanti: Lucidatura a gommalacca e a cera
La lucidatura a gommalacca
la gommalacca si può applicare a pennello o a stoppino. La scelta del metodo dipende dal mobile che dobbiamo rifinire e dal tipo i rifinitura che desideriamo ottenere.
Per mobili rustici costruiti in abete, olmo, castagno o rovere che dalla nascita non hanno goduto di cure troppo approfondite, e hanno naturalmente i pori aperti, possono essere rifiniti con il metodo misto: si verniciano con gommalacca a pennello, poi si rifiniscono con cera d’api.
Per i mobili più ricercati, costruiti generalmente in noce o essenze di pregio, il discorso è diverso. occorre seguire il metodo della lucidatura a stoppino.
LUCIDATURA CON METODO A STOPPINO O TAMPONE
Questa tecnica esige una discreta abilità d’esecuzione che si acquisisce solo con tanta pratica, ma non ha nulla in sé di arcano o misterioso come spesso si è voluto far credere.
Richiede parecchio tempo, e buona pazienza, basti pensare che fino al secolo scorso un buon artigiano lasciava intercorrere, fra una mano e l’altra, anche decine di giorni. Non bisogna scoraggiarsi dagli insuccessi, ma si deve insistere, magari affiancandosi ad un artigiano col quale si è instaurato un buon rapporto. Nella lucidatura a tampone se si provocano delle bruciature della lucidatura , questo succede quando col tampone si asporta della gommalacca non ancora asciugata bene, bisogna allora armarsi di santa pazienza perchè non è possibile correggere localmente l’errore, ma bisogna passare tutta la superficie del piano con lana di acciaio finissima e poi ricominciare da capo..
Comunque, se eseguita secondo le regole dell’arte è sicuramente la tecnica che da i migliori risultati sia nell’aspetto estetico che pratico. Infatti, rispetto alla lucidatura a cera questa risulta essere meno delicata.
Questo tipo di lucidatura è stata utilizzata per la rifinitura dei mobili impiallacciati o lastronati o comunque di pregevole fattura. Per i mobili in massello o rustici, dove non si addice una superficie brillante ma piuttosto satinata, il tipo di lucidatura più idonea, come si è detto, è quella a cera o del metodo misto.
Preparazione del tampone
Il tampone è costituito da un cuscinetto, ottenuto con una pezzuola di lana non colorata che ne costituisce “l’anima”, avvolta in una tela bianca di cotone e lino, il tessuto usato per fare le lenzuola ai tempi della nonna.
La grandezza del tampone, dipende dalla superficie che si deve lucidare. Sarà più piccolo per superfici intagliate o piccole fasce e frontalini di cassetti, più grande per piani di tavolo o di comò.
In fase di lucidatura la gommalacca la si versa in una ciotola larga in modo da poter immergervi completamente la pezzuola di lana. Una volta inzuppata bene, la si strizza con una mano, mentre nell’altra si tiene aperto il telo di lino. Quando la pezzuola di lana e ben strizzata la si mette al centro del telo di lino e si raccolgono i quattro lembi torcendoli ottenendo così il tampone pronto per l’uso.
FASI DELLA LUCIDATURA
• Pomiciatura (ha lo scopo di chiudere i pori del legno)
• Lucidatura vera e propria
• Brillantatura o lucidatura finale
Concentrazione della Gommalacca:
• Chiusura dei pori: 1 etto in 2 litri di alcool
• Lucidatura: 1 etto in 1 litro di alcool
• Brillantatura: 1 etto in 2 litri di alcool
• Metodo misto: 3 etti in 1 litro di alcool
POMICIATURA
ha lo scopo di otturare i pori del legno per rendere più liscia la superficie. Infatti se si guarda in controluce un legno nuovo o sverniciato, si intravedono i pori aperti che riflettendo in modo non omogeneo la luce sulla superficie da l’effetto di una lucidatura non perfetta.
Questa fase va sicuramente eseguita nelle parti che sono state reintegrate con legno nuovo. Le parti originali, già lucidate e che magari non sono state sverniciate non necessitano di questa prima fase in quanto dovrebbero avere il poro già chiuso.
La concentrazione della gommalacca usata in questa fase è abbastanza diluita, infatti è di 2 litri di alcool con 1 etto di gommalacca.
La polvere di pomice va “spolverata” sulla superficie (non va messa sul tampone), e col tampone occorre sottoporla ad una energetica frizione al fine di farla penetrare nei pori. La polvere si bagna di gommalacca, penetra nei pori e li chiude come una sorta di stucco. Infatti quando la gommalacca si asciuga, questa si indurisce ed elimina l’effetto inestetico del poro.
Nel passare il tampone, occorre imprimere a questo molta forza, descrivendo ampi cerchi. Se ci si accorge che il tampone fa fatica a scorrere, conviene effettuare alcune passate con gommalacca molto diluita senza aggiungere pomice sulla superficie. Bisogna prestare molta attenzione affinché non rimangano tracce di pomice in superficie per non correre il rischio di ritrovarsi con delle macchie biancastre a fine lucidatura.
Il procedimento della Pomiciatura va ripetuto per alcuni giorni fino a che , guardando in controluce il piano, non lo si veda completamente liscio. Sarà comunque la natura del legno più o meno poroso a determinare la quantità di mani necessarie.
Questa operazione, per così dire preliminare, non va affatto sottovalutata al fine di ottenere un buon risultato finale.
LUCIDATURA
dopo la fase di Pomiciatura con la quale si è preparato il fondo, è necessario lasciare passare almeno un paio di giorni prima di iniziare con la fase di lucidatura questo per permettere alla gommalacca data precedentemente di asciugarsi in modo definitivo: diversamente il passaggio del nuovo tampone rimuoverebbe la pomice dai pori.
Per la lucidatura va senz’altro usato un tampone nuovo, non usate quello impiegato per la Pomiciatura.
La lucidatura si realizza stendendo la gommalacca sul legno con l’uso del tampone: l’alcool contenuto nella soluzione evaporando lascia solo un sottilissimo strato di gommalacca che al contatto con l’aria indurisce mettendo in risalto le venature ed il colore del legno, dando a questo l’aspetto lucido che vogliamo ottenere. Se una soluzione densa di gommalacca porta a formare in meno tempo lo strato lucido, è comunque meglio usare una soluzione più diluita, dedicando più tempo per stendere più mani che formeranno una pellicola più aderente al legno evitando di scagliarsi.
In questa operazione non bisogna assolutamente avere fretta, per ottenere un lavoro veramente soddisfacente occorre lasciare trascorrere, tra una mano e l’altra un paio di giorni in modo di permettere alla gommalacca di indurire meglio.
Dopo aver bagnato bene il tampone, come descritto precedentemente, lo si strizza in modo che non sgoccioli si inizia a lucidare seguendo le venature del legno, senza ripassare dove si è appena applicato e senza mai fermarsi sulla superficie. Se la superficie da lucidare è ampia, si inizia da una parte e sistematicamente ci si porta su lato opposto per poi ritornare sull’altro lato continuando in modo ininterrotto la lucidatura. Solo quando il tampone comincia ad asciugarsi opponendo una certa resistenza, allora lo si fa scivolare via velocemente da uno spigolo, senza alzarlo dal piano per evitare bruciature.
Nella mano successiva, si cambia movimento, disegnando degli otto. si parte da un lato della superficie e si procede, senza sosta fino al lato opposto.
Quando il tampone è asciutto, si ricarica nuovamente di gommalacca, poi si ricomincia cambiando ancora movimento, questa volta si disegna col tampone una serie di cerchi contigui:
Le varie passate vanno fatte alternando questi movimenti fino ad ottenere un risultato soddisfacente.
Nella progressione delle diverse mani, conviene usare gommalacca sempre più diluita. Ricordatevi che per “mano” di gommalacca, non si intendono quelle fra una ricarica del tampone e l’altra, ma quelle fra un giorno e l’altro.
Comunque non spaventiamoci, tre o quattro mani sono sufficienti per ottenere un buon lavoro.
BRILLANTATURA:
è l’operazione finale, più delicata e più difficoltosa, ma è anche quella che darà più soddisfazione, perché perfezionerà il vostro lavoro.
Lo scopo è quello di eliminare i segni di tampone, le imperfezioni della vernice ed eventuali tracce di olio.
Per eseguirla occorre fare un nuovo tampone con una tela molto fine ed bagnarlo con una concentrazione di gommalacca molto diluita: 1 etto in 2 litri di alcool. Poi lo si passa sulla superficie molto velocemente nel senso della venatura esercitando una pressione molto leggera.
Al termine si otterrà una lucidatura brillante.
LUCIDATURA A CERA A PORI CHIUSI:
la finitura ad encausto a poro chiuso si può attuare in vari modi , alcuni sono molto complicati ed a mio parere l’effetto finale non è così sorprendente come ci si aspetterebbe dopo un lungo e faticoso lavoro . Quindi esporrò quelle tecniche da me attuate con soddisfazione.
La finitura ad encausto , richiede i pori chiusi nei seguenti casi:
1 – Mobili di alta epoca anche lastronati e intarsiati i quali dovrebbero comunque avere i pori già chiusi.
2 – Alcuni cassettoni della metà – fine ottocento dell’ Italia meridionale. In particolare quelli a fronte mosso ed anche se lastronati con legni quali il palissandro o il mogano.
3 – Mobili in massello di noce , olmo radicato , ciliegio ed in genere tutti legni duri con i pori piccoli ed una grana compatta.
I pori si possono chiudere sostanzialmente in due modi:
- con tampone , alcool e pomice , avendo cura di sostituire l’alcool con la gommalacca nelle ultime mani per sigillare. Poi si incera come d’abitudine , si “secca” la cera con un tampone ed alcool , si stira con una spazzola morbida e si lucida prima con la lana e poi se si desidera un effetto extra brillante con delle vecchie calze di seta . Questo metodo è da preferirsi nel caso di mobili lastronati o impiallacciati.
- stendendo l’ encausto , opportunamente riscaldato per facilitare il lavoro , in forma di paté ( NON LIQUIDO ) e quindi con una minore percentuale di essenza di trementina . Si lavora con le mani spingendo bene finché non si secca , si attende un giorno o due e poi si ripassano tutte le superfici con un ferro da stiro caldo ma non bollente per far scendere la cera . Prima che si raffreddi totalmente si toglie l’eccesso con dei panni di lana e si lucida come d’ abitudine. Questo secondo metodo è più adatto ai mobili in legno massiccio per via dell’uso del ferro da stiro.
LUCIDATURA A CERA CON IL METODO MISTO:
la lucidatura attuata col metodo misto è quella che prevede la lucidatura a cera da effettuarsi su un fondo preparato a gommalacca.
Questo tipo di finitura può essere eseguita su mobili che originariamente non avevano una finitura a cera, ma che si desidera che acquistino , una volta ultimati, quell’aspetto semilucido e satinato che la cera sa così ben dare.
Sono da trattarsi in questo modo anche i mobili rustici costruiti con legno dolce.
La gommalacca potrà essere applicata a pennello o a stoppino. Nel caso si usi lo stoppino si seguiranno le fasi di chiusura dei pori e lucidatura già descritte nella sezione della lucidatura a gommalacca tenendo presente che in questa lavorazione se la gommalacca viene applicata pennello, la concentrazione dovrà essere maggiore: 300 gr. per litro di alcool. Nell’applicazione a pennello se ne userà uno piatto a setole morbide al fine di non lasciare striature e si dovrà porre attenzione affinché non ci siano colature lungo i bordi. Se si dovessero verificare delle sgocciolature, occorrerà subito raccoglierle e distribuirle perchè una volta asciutte sarebbe più complicato rimuoverle. Le pennellate saranno date nel senso della venatura del legno.
In questa procedura, è molto importante che l’ambiente sia caldo e secco, perchè l’alta concentrazione dio gommalacca rende la vernice stessa più suscettibile a sbiancare se si opera in ambienti freddi e umidi.
Quando la gommalacca (applicata a pennello o a tampone) sarà bene asciutta, si passano tutte le superfici con lana d’acciaio finissima al fine di renderle uniformemente opache e lisce. La polvere formatasi si dovrà asportare con un pennello e aspirapolvere. Fatto questo si passerà ad una seconda mano di gommalacca come fatto prima salvo diluire maggiormente la concentrazione.
Asciutta la seconda mano si procederà nuovamente a ripassare tutta la superficie con lana di acciaio. Ora, si può decidere se ripetere l’operazione una terza volta o passare alla cera.
A questo punto si applica la cera con un tampone o con un pennello avendo cura di distribuirla uniformemente su tutta la superficie. Quando la cera sarà asciutta, passeremo a lucidarla con un panno di lana possibilmente riscaldato.
CONCENTRAZIONE DELLA GOMMALACCA:
• Chiusura dei pori: 1 etto in 2 litri di alcool
• Lucidatura: 1 etto in 1 litro di alcool
• Brillantatura: 1 etto in 2 litri di alcool
• Metodo misto: 3 etti in 1 litro di alcool
POSSIBILI ERRORI
• Velatura
È una patina bianca dovuta al freddo e all’umidità, in questo caso bisogna portare il mobile in un locale caldo e lasciare asciugare; se permane spagliettarlo con vigore con lana d’acciaio fine.
• Trasudazione
È dovuta ad un eccesso di olio paglierino, che puo’ essere asportato con il tampone con energici movimenti rotatori.
• Opacità
È dovuta ad un eccesso d’alcool impresso col tampone, trattare la superficie sempre con lo stesso tampone ma con gommalacca maggiormente diluita in alcool con energici movimenti.
LE PATOLOGIE DEL LEGNO.
Per comprendere appieno le patologie che possono affliggere i materiali lignei, dobbiamo pensare ad essi come ad organismi viventi che, anche dopo secoli dall’abbattimento dall’albero e dalla loro messa in opera, continuano la loro evoluzione e hanno reazioni ben precise di fronte all’ambiente esterno, sia per difendersi, sia per adattarsi a condizioni ambientali avverse o che, comunque, possono variare per un’infinità di motivi. Quando queste capacità d’adattamento non sono sufficienti a fronteggiare le aggressioni esterne, il legno sviluppa delle patologie che possono portarlo fino alla completa distruzione. Tali patologie possono essere di tre tipi:
Fisiche: disidratazione o marcescenza.
Vegetali: parassitosi fungine.
Animali: parassitosi da insetti xilofagi.
Le patologie di tipo fisico:
Sono sempre alla base degli altri ammaloramenti. Un’ambiente troppo secco porta ad una progressiva disidratazione del legno, e, quindi, ad una mancanza di elasticità che può provocare fessurazioni e spaccature a partire dalle zone più prossime ai nodi; i pori tenderanno ad aprirsi per conferire al legno la maggior igroscopicità possibile, così quando le condizioni dell’umidità dovessero cambiare, questo legno si troverebbe ad assorbire una quantità d’acqua che, oltre ad essere eccessiva in assoluto, sarà oltremodo eccessiva anche nei confronti del nuovo stato fisico che si è venuto a creare al suo interno. Tutto questo porterà a dilatazioni anomale e, quindi, a spaccature, e ad una ritenzione idrica che, anche se momentanea, ripetuta nel tempo (pensiamo per esempio all’avvicendarsi delle stagioni) agevolerà la formazione di colonie di parassiti e ad un progressivo degrado della cellulosa. Parimenti sarà un eccesso di acqua, magari ciclico, magari veicolante sali provenienti da murature o da terra che tendono a depositarsi nei vasi, ricoprendone le pareti o addirittura intasandoli ed ostacolandone le loro funzioni.
I componenti principali del legno sono: cellulosa (40-60% del peso secco), lignina (20-30%), maggiore è la quantità di lignina, più duro e compatto è il legno, acqua ( 17-60%).
L’acqua è suddivisa in acqua di costituzione combinata con la cellulosa e la lignina (essa viene allontanata soltanto con la combustione), acqua di saturazione collegata alle pareti cellulari costituenti i vasi e le fibre, acqua di imbibizione o libera che riempie le cavità cellulari e i pori.
In seguito al processo di essiccazione si ottiene una umidità di equilibrio oscillante fra il 10 e il 15% rispetto al peso del legno secco. E’ da notare come gli attuali processi di essicazione in forno, portino ad una costituzione fisico-chimica del legno simile a quella di un legno disidratato, cioè con poro troppo aperto e con i vasi talmente alterati da impedire la normale traspirazione. In base ad un ormai classico meccanismo perverso, ciò porta a dover intervenire con disinfestazioni preventive che hanno conseguenze inquinanti, cancerogene e, comunque, antigieniche notevoli. Si pensi soltanto all’enorme sviluppo delle allergie ed alle patologie da inquinamento domestico. I prodotti usati per tali disinfestazioni (e poi, in seguito, i biocidi e gli antimuffa mescolati alle vernici) hanno la proprietà di essere rilasciati gradatamente nell’ambiente, anche a distanza di anni e, quindi, di venire a contatto dell’uomo. Alcuni di questi prodotti vengono gradatamente proibiti (per esempio il bromuri di etilene del quale l’Italia era uno dei maggiori consumatori) grazie ad una tardiva normativa europea, ma essi vengono sostituiti da altri prodotti del cui grado di tossicità si parlerà soltanto fra qualche anno.
Nelle forniture di legname è ammesso un tasso di umidità detto “normale” del 10-12%.
Tale normativa, tuttavia, fa riferimento al legname non invecchiato, bensì essiccato in forno.
Il legno invecchiato in modo tradizionale può essere considerato ben stagionato ed asciutto già con una umidità intorno al 17%. Un aumento o un calo di qualche punto non comporterà variazioni rilevanti sul suo stato a differenza del legno essiccato, per cui la differenza di due punti di umidità può determinare dilatazioni o restringimenti di notevole importanza.
Legno utilizzato in ambiente Grado di umidità
Saturo di umidità 30%
Esposto alle intemperie 18% – 22%
Esposto parzialmente (tettoie) 16% – 20%
Coperto non riscaldato 13% – 17%
Coperto riscaldato a stufa 10% – 12%
Coperto riscaldato a termosifone 8% – 10%
Si noti la grande differenza che intercorre fra l’umidità ritenuta da un legno conservato in un ambiente riscaldato a legna ed uno con riscaldamento di tipo moderno. Quest’ultimo caso è una delle principali cause del degrado dei mobili antichi che arredano le nostre case, anche perché si tratta di un degrado subdolo, che resta invisibile magari per anni, per manifestarsi all’improvviso, quando un intervento di restauro non può più essere un normale ripristino, ma occorre un’opera di vero e proprio salvataggio spesso assai problematica. Mi capita di sentir attribuire la causa di movimenti anomali e di spaccature del legno alla sua locazione nei pressi di caloriferi; è un grosso errore di valutazione. Il legno sopporta molto bene le differenze e gli sbalzi di temperatura, mentre non tollera l’aria troppo secca che abbiamo negli ambienti moderni e che, oltretutto, è dannosa anche per l’uomo. In casi del genere spesso vengono effettuate operazioni tese unicamente a ridare un aspetto “piacevole” al mobile, trascurando totalmente la sua conservazione. E’ frequente vedere incastri creati in modo da sopportare certi movimenti del legno, ed ora precari per un suo ritiro abnorme dovuto a disidratazione, riempiti di colla, o di resina, o bloccati da spine per ridare loro fermezza. Tali operazioni avranno un destino assai limitato nel tempo, e, quel che è peggio, causeranno rotture irreversibili. Un intervento razionale dovrebbe innanzitutto consistere nel ripristinare condizioni ambientali favorevoli alla conservazione dell’Oggetto, per esempio un riequilibrio dell’umidità ambientale seguito, dopo un certo periodo di tempo sufficientemente lungo per dar modo al legno di riacquistare un certo equilibrio, dal restauro vero e proprio. Purtroppo di fronte al ritmo ed alle esigenze del nostro tempo, spesso un tale approccio al restauro risulta anacronistico, ma è l’unico veramente teso alla conservazione.
Si possono annoverare nelle patologie anche i fenomeni di imbarcamento, arquatura, svergolamento che solitamente tendono ad interessare soprattutto i legni moderni o quelli usati in manufatti poveri, dovuti ad un taglio delle tavole malfatto. Un tempo si era soliti sezionare il tronco con il cosiddetto “taglio di quarto a ventaglio” che permetteva di avere tavole con venatura perpendicolare. Tale sistema è stato abbandonato a causa della sua macchinosità ed è stato sostituito dal più veloce e meno costoso taglio radiale mediante il quale, ad esclusione delle due tavole centrali, si ottengono tavole con la vena obliqua destinate a flessioni di vario genere.
Il legno sottoposto a condizioni ambientali avverse può subire alterazioni a causa dell’azione di:
1°) organismi vegetali quali funghi e muffe.
2°) organismi animali.
Le patologie di tipo vegetale:
I funghi sono organismi vegetali inferiori privi di clorofilla che si nutrono a spese di materiali organici già elaborati. Questi materiali possono essere residui di organismi un tempo viventi (ed allora i funghi sono detti Saprofiti), oppure parte integrante di organismi in attività vitale (in questo caso i funghi vengono detti parassiti).
A causa dei fenomeni di distruzione e disgregazione del corpo legnoso che i funghi provocano, essi rivestono una grande importanza nel campo del legno.
-Funghi da carie del legno.
Per il loro sviluppo è necessaria una umidità del legno superiore al 20%.
-Funghi Basidiomiceti da carie: questi funghi quando aggrediscono la cellulosa provocano una diminuzione del volume del legno accompagnata da una fessurazione in prismi o cubetti privi di consistenza, tanto da poter essere schiacciati con le dita.
L’area di sviluppo del fungo assume colore bruno, da cui deriva il nome di carie bruna o distruttiva. Se l’attacco dei basidiomiceti non si limita alla cellulosa ma coinvolge anche la lignina, il legno assume un colore più chiaro di quello del materiale sano e si riduce addirittura ad una massa fibrosa biancastra (carie bianca o carie corrosiva).
-Funghi Deuteromiceti da carie soffice: questi funghi provocano un tipo di carie caratterizzata da rammollimento superficiale del legno, per quanto possano provocare anche carie in profondità. Richiedono un tasso di umidità del legno superiore rispetto a quella necessaria ai basidiomiceti. Essi aggrediscono soprattutto il legno che si trova a contatto con il terreno o l’acqua.
-Funghi da colorazione.
Tali funghi provocano un’alterazione cromatica delle superfici lignee; a volte possono provocare il degrado di rivestimenti decorativi.
-Funghi dell’azzurramento: provocano una colorazione dal blu al nero, di intensità e profondità variabili; aggrediscono soprattutto l’alburno di certi legni. L’attacco di questi funghi non incide sulle proprietà meccaniche del legno, ma possono aumentarne il grado di permeabilità.
-Muffe.
Si tratta di funghi che si manifestano con macchie superficiali di vario colore su legno la cui umidità di superficie sia superiore al 20%. Tale condizione si verifica in presenza di elevata umidità relativa o alla condensazione di vapore acqueo.
Rimedi.
In presenza di infestazione micotica occorre, innanzi tutto, eliminare le cause che l’hanno provocata ripristinando il giusto grado di umidità. Solo in seguito è possibile intervenire sia meccanicamente per asportare le eventuali escrescenze fungine (con bisturi o altro attrezzo idoneo), sia chimicamente con fungicidi.
Sono reperibili sul mercato prodotti in polvere da diluire in acqua, o pronti per l’uso sotto forma di pasta. Sono preferibili quelli in polvere poiché permettono di dosare la diluizione secondo le esigenze. Un battericida attualmente molto usato è il benzalconio cloruro; si tratta di un sale quaternario molto efficace e facilmente eliminabile con un lavaggio con acqua deionizzata.
L’acido ossalico è usato da sempre nella disinfezione del legno. Essendo un acido deve essere usato con la massima parsimonia, e soltanto quando per inderogabili motivi estetici si deve ripristinare l’originale tinta del legno. Esso è particolarmente efficace nei confronti delle muffe superficiali ed ha la proprietà di ripristinare l’originario colore naturale del legno. Dopo aver esplicato la sua azione è, però, di difficile asportazione; occorre effettuare ripetuti lavaggi con acqua e spazzolature. E’ buona norma intervenire con soluzioni molto blande che, all’occorrenza, andranno ripetute fino al raggiungimento della giusta colorazione del legno.
Particolari problemi di restauro vengono spesso creati dalla carie bruna e dalla carie bianca. Le soluzioni sono molteplici e devono essere studiate caso per caso. Esse possono andare dalla pura e semplice eliminazione delle parti ammalorate, all’inserzione di tasselli di legno sano, alla conservazione delle parti degradate mediante consolidamento che dovrà essere effettuato per impregnazione profonda con elioresine o con resina epossidica.
-La resina epossidica
ha la proprietà di conferire una maggiore durezza alla parte trattata e meno elasticità; ciò andrà tenuto presente nel caso che il legno sottoposto a questo trattamento debba subire sbalzi di umidità. La resina deve penetrare sino alla parte sana del legno, cosi che la zona risanata non subisca nel tempo distacchi dovuti a diversa dilatazione. A questo scopo, quando l’aggressione fungina è molto profonda, si dovrà ricorrere ad una resina molto liquida e a catalizzazione molto lenta e ad un’applicazione, magari, con il metodo della fleboclisi. Questo genere di resine conferisce al legno l’aspetto bagnato, fattore che va tenuto in conto per non avere, a fine lavoro, differenti tonalizzazioni che sulla parte restaurata sono irreversibili se non mediante mascheratura con colorazioni superficiali, anzi, pitturazioni, che difficilmente risulteranno invisibili. Tecnicamente l’applicazione di oleoresine è simile, sebbene le difficoltà siano di gran lunga inferiori. Anch’esse devono penetrare alla massima profondità possibile. A tal fine è buona norma procedere con una prima applicazione molto diluita e, a distanza di un certo tempo (di solito un’ora) che non consenta la completa evaporazione del diluente, effettuare una seconda impregnazione con prodotto puro. Il problema della colorazione con le oleoresine non sussiste, giacchè esiste una gamma completa che permette di andare dalla completa invisibilità, passando dall’effetto bagnato, alle più svariate tonalizzazioni.
I consolidamenti di tipo acrilico sono, in linea di massima, da scartarsi, poiché, se da un lato offrono il vantaggio di una buona elasticità, non sopportano l’umidità e non sono dotati di sufficiente traspirabilità e resistenza meccanica.
Patologie di tipo animale:
Le infestazioni da insetti xilofagi il più delle volte sono causati dall’incuria dell’uomo o da errate lavorazioni del legno.
In passato l’abbattimento degli alberi non veniva effettuato come avviene oggi, cioè con il profitto come unico fine, ma era sottoposto a criteri ben precisi che portavano a scelte qualitative. Innanzi tutto non si operava assolutamente con la luna crescente, esattamente come il contadino che in tale periodo non effettuava semine di vegetali che non dovessero fiorire. Da prove che ho effettuato nell’arco di undici anni, ho riscontrato che effettivamente il legno degli alberi abbattuti durante il periodo di luna nuova tarla nell’arco di tre o quattro anni, mentre il legno di alberi della stessa età e della stessa specie, cresciuti nelle stesse condizioni dei primi, abbattuti con luna calante, non viene aggredito da tarli o da insetti analoghi. Questa è soltanto una delle più importanti regole che venivano prese in considerazione. Vi era, poi, la posizione dell’albero, la direzione dei rami, la loro dislocazione che determinavano la qualità del legno, per cui si stabiliva se una pianta era più adatta ad essere trasformata in mobile o in infisso, in trave o in scultura.
Gli insetti xilofagi si dividono in due grandi categorie: coleotteri e isotteri.
-I coleotteri sono insetti che volano e depositano le uova nelle screpolature e nelle fenditure del legno. I danni al legno sono provocati dalle larve che scavano gallerie all’interno del materiale.
-Gli isotteri: a questo ordine appartengono varie specie di insetti, fra cui le termiti.
-Il tarlo dei mobili ( anobium punctatum – orologio della morte).Lunghezza mm. 3,5. Colore da bruno scuro al grigio. Con il capricorno delle case è il parassita più pericoloso. Ama il calore. L’umidità, il silenzio ed il buio. L’attacco avviene preferibilmente su legno in opera, sia esso alburno o durame. Le larve, il cui ciclo vitale va da uno a tre anni, scavano, all’interno del legno, gallerie del diametro di diametro di circa un millimetro fino a distruggerne completamente la struttura lasciando pressoché inalterata la superficie esterna.
-Capricorno delle case ( Hylotrupes bajulus).Lunghezza mm. 8 – 22. Colore da bruno scuro a nero.E’ il peggior nemico ed il maggior distruttore del legno secco; predilige le conifere sia in interno che in esterno. Durante il periodo dello farfallamento la femmina depone le sue uova nelle fessure del legno per mezzo di un ovidepositore retrattile, in più gruppi o colonie che possono arrivare ad avere fino a trecento uova. Il periodo di incubazione delle uova è di 5-9 giorni con una temperatura di 31,5 °C e umidità ambientale del 90-95%, oppure di 48 giorni con temperatura di 16,6 °C e umidità ambientale del 18%. Il ciclo evolutivo è di 4-6 anni, ma talvolta può arrivare a 15 anni. Le gallerie vengono riempite di una fine rasura che non viene assolutamente evacuata. Le larve vivono all’interno del legno, invisibili dall’esterno. Nessun danno è rilevabile fino al momento in cui gli insetti escono dal legno attraverso un foro ovale del diametro di mm. 6-10 e con i bordi frastagliati.
-Lyctus (lyctus linearis Goeze – lyctus brunneus Stephens). Lunghezza mm. 2,5 – 5. Colore da giallo bruno a bruno scuro.Questi due insetti nel passato hanno ricevuto scarsa attenzione, ma i danni da essi provocati sono ingenti; aggrediscono praticamente tutte le essenze l essenze lignee, tranne, forse, quelle del pioppo, faggio e betulla. Anche i legni tropicali teneri e gli eucalipti ne sono vittima. La deposizione delle uova avviene da maggio a giugno, ed il ciclo vitale è di un anno. Le larve scavano le gallerie nel senso della venatura e, in attacchi particolarmente intensi, la massa interna del legno si trasforma in un unico ammasso di rasura molto fine e compressa.
-Hesperophanes: le larve di questo insetto presente nell’Europa centro-meridionale, vengono depositate quasi esclusivamente nel legno in opera: travi, infissi, pavimenti. Esse possono causare danni molto gravi perché, difficilmente diagnosticabili, danneggiano irreparabilmente la struttura del legno diminuendone la resistenza meccanica.
-Xestobium rufovillosum: attacca quasi esclusivamente le strutture di vecchie costruzioni; predilige il legno di latifoglie.
-Bostrice bordato: (Xiloterus lineatus). Lunghezza mm. 3; colore da giallo brunastro a bruno scuro. Aggredisce soltanto le conifere con legno umido.
-Longicorno blu-violetto (Callidium violaceum). Lunghezza mm. 11-15; colore blu metallico. Attacca sia conifere che latifoglie, purché non ancora scortecciate.
-Longicorno variabile (Phymatodes testaceus): lunghezza mm. 8-15; colore da giallo bruno a bruno scuro. Anch’esso attacca soltanto il tronco non ancora scortecciato, ma soltanto di latifoglie.
Un’ultima breve annotazione su termiti e formiche.
In Italia sono presenti solo due specie di termiti: Reticulitermes lucifugus e Kalotermes flavicollis; si tratta di insetti simili alle formiche sia per aspetto, sia come vita sociale. I danni che le termiti possono arrecare alle strutture lignee sono enormi; spesso all’inizio dell’aggressione è facile pensare ad una infestazione di tarli e rendersi conto che si tratta di termiti soltanto quando ormai è troppo tardi.
Anche le specie di formiche xilofaghe in Italia sono limitate. La più comune è detta “formica del legno” o “formica carpentiera”(Camonotus herculaneus), lunghezza 10-17 mm.; più rare sono la Tetramorium caespitum, la Monomorium pharaonis e la Iridomyrmex humilis, tutte della lunghezza di circa mm.2-3.
Una seria lotta contro questi parassiti può essere effettuata soltanto da ditte specializzate, mediante esche avvelenate.
Rimedi.
Come per tutte le affezioni del legno è di fondamentale importanza la prevenzione, poiché non esiste alcun rimedio che non abbia controindicazioni. Soprattutto il comune tarlo dei mobili ed il capricorno difficilmente agiscono in presenza di luce, rumori e normale umidità. E’ importante che i manufatti lignei si trovino in ambienti luminosi, ben aerati, immuni da eccessiva secchezza o umidità, che vi siano rumori; insomma, ambienti sani, vissuti dall’uomo in modo sano.
Il primo rimedio contro le aggressioni di tali insetti è il risanamento dell’ambiente.
In passato per disinfestare i mobili veniva usato il petrolio che veniva iniettata nei buchi di sfarfallamento. In seguito sono state usate altre sostanze più aggressive o dotate di azioni collaterali (per esempio il Paraloid B72 diluito in xilolo, ove la B72 aveva effetto consolidante, il solvente effetto insetticida).Tuttora sono reperibili in commercio numerosi prodotti insetticidi iniettabili la cui tossicità per l’uomo è relativamente bassa. Questo sistema, però, non sempre risulta efficace, poiché il più delle volte il liquido insetticida non riesce a raggiungere le uova che sono sempre ben protette in anfratti delle gallerie; inoltre i tempi di intervento sono piuttosto lunghi.
Sono stati messi a punto altri vari sistemi basati sulla fumigazione o camera a gas utilizzando diversi prodotti insetticidi quali la formaldeide, il bromuro di etilene, vapori di cianuro, ossido di etilene, piretroidi e pesticidi di ogni genere. Il sistema consiste nel creare una camera sigillata ermeticamente (di solito viene usati sacchi o bolle di polietilene; apparati del genere vengono prodotti industrialmente in varie dimensioni), nelle quali viene posto l’oggetto da disinfestare ed immesso il biocida. I gas che normalmente vengono impiegati , sono considerati per la legge italiana gas tossici e come tali sono soggetti al Regio Decreto N. 147 del 09-01-1927, che ne regola l’uso, la detenzione e l’acquisto. L’impiego dei suddetti gas, in base a tale legge, va effettuato da aziende con personale abilitato e inoltre non è possibile il loro impiego in ogni luogo. Un grosso problema, inoltre, è dato dal fattore inquinante della maggior parte di essi. Il bromuro di etilene, per esempio, che viene proposto da alcune ditte italiane come “trattamento” ecologico, è considerato uno dei principali responsabili della formazione del buco dell’ozono ed è altamente cancerogeno. Il legno impregnato con questo gas, ne rilascerà i residui nell’ambiente per vari anni, e lo stesso discorso è valido anche per gli altri prodotti biocidi. Fortunatamente la Comunità Europea ha varato una legge che mette al bando il bromuro di etilene (usato in modo massiccio nell’agricoltura italiana) dal 2002.
Sistemi non basati su prodotti tossici sono stati messi a punto ultimamente; ne citerò due che risultano essere validi, anche se suscettibili di miglioramenti (fra i quali un abbassamento dei costi che al momento sono abbastanza elevati): il primo si basa sulle interazioni dei campi magnetici con i magnetosomi che regolano i ritmi biologici animali. Questo sistema è teso a provocare una progressiva alterazione neurotica che si manifesta con mancanza di coordinamento motorio, perdita dell’appetito e mancanza di interesse alla riproduzione.
Il secondo sistema consiste nella sostituzione temporanea dell’ossigeno con azoto; in tal modo viene provocata la morte degli insetti, in qualunque stadio si trovino, per anossia nel giro di tre settimane.
Prima di giungere all’applicazione di sistemi così complessi e costosi, è bene procedere, come già detto, prima ad un risanamento dell’ambiente eliminando le cause dell’infestazione, successivamente pensare ad una disinfestazione che non sempre deve per forza essere chimica e, quindi, pericolosa anche per l’uomo. Mi è capitato spesso, in presenza di mobili posti in ambienti molto silenziosi, di proporre rimedi tipo “sveglie rumorose poste all’interno del mobile stesso” destando lo scetticismo del cliente. Di solito questo sistema sortisce effetti insperati.
Intaglio del legno
tecnica artistica mediante la quale vengono realizzati ornamenti in incavo o in rilievo su superfici di legno; si distingue dalla scultura per il fine eminentemente decorativo (che l’ha collocata per secoli tra le arti considerate “minori”), e per la funzione spesso secondaria che assume nei confronti del manufatto o dell’opera cui si applica. Il legno costituisce un supporto leggero, spesso morbido e facile da lavorare; ha inoltre una notevole resistenza alla trazione e può essere incollato e unito a incastro. Esistono molti legni diversi, ciascuno contraddistinto da colorazioni e venature naturali proprie, spesso molto apprezzabili dal punto di vista estetico. La superficie di legno viene solitamente intagliata con l’ausilio di vari tipi di scalpelli e trapani; la fase della rifinitura prevede poi l’utilizzo di raspe, lime e carta vetrata. Gli oggetti intagliati possono essere dipinti o dorati direttamente oppure dopo essere stati ricoperti con uno strato di stoffa o gesso. È anche possibile lasciare al legno il suo aspetto naturale limitandosi a lucidarlo.
Figura professionale
solitamente i mobili in stile richiedono l’ausilio di abili intagliatori per scolpire figure e ornati, ma per ogni lavoro artistico alla base di quest’arte c’è il disegno, oltre alla capacità manuale, e al buon gusto. È inutile ricordare che l’intagliatore si distingue per i propri lavori artistici, poiché sono fatti a mano e non riproducibili in serie.
Tipi di lavorazione:
A tutto Tondo: per definire una figura nella realtà volumetrica.
Rilievo sul piano: si toglie la materia circostante per eseguire figure in rilievo schiacciato o stiacciato, rilievo bassissimo, simile a quello delle monete.
Bassorilievo: le figure sono poco profonde.
Altorilievo: le figure emergono completamente dal fondo.
Attrezzi
Il banco da falegname : un robusto tavolo provvisto di morse.
Bulini: punte d’acciaio che incidono il legno.
Scalpelli: sbarre d’acciaio di piccole dimensioni con manico di legno e lama tagliente.
Sgorbie: sono simili agli scalpelli ma con lama a sezione curva.
Mazzuolo: martello di legno.
La scelta del legno
i legni più facile da lavorare sono quelli dolci “famiglia conifere” : pino, pino cirmolo, abete, tiglio, obece, pioppo, ecc., preferibilmente senza nodi, dopo la lavorazione anche attualmente vengono stuccati e dipinti con laccature e dorature. Legni duri: noce europeo, l’acero, pero, bosso, olivo, castagno, ebano, ecc., vengono tradizionalmente lucidati trasparenti.
Tecniche
non esistono tecniche universali, esse si possono acquisire solo con l’esperienza, ma alcune linee guida da seguire possono aiutare coloro che vogliono intraprendere quest’arte. Per quanto mi riguarda utilizzo il metodo di eseguire dopo un disegno accurato ed a volte tridimensionale, un modello in creta in dimensione 1/1. La prima operazione da compiere dopo la scelta del legno è la tracciatura che consiste nel disegnare su tre facce (nel tutto tondo) del blocco il contorno. A questo punto viene sagomato con sega a nastro o a mano. Dopodiché si inizia la sbozzatura con la sgorbia grande. Quando sono emersi i volumi voluti è necessario eseguire una seconda tracciatura, che consiste nel definire i particolari. Il lavoro verrà terminato con l’ausilio degli altri attrezzi (a seconda della necessità). Questa è anche la fase più delicata, perché uno sbaglio può pregiudicare la riuscita del lavoro, in quanto il legno una volta tolto non è possibile rincollarlo senza che la giuntura sia invisibile
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